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La decisione del Consiglio dei ministri di impugnare le leggi con cui tre regioni meridionali avevano interdetto la costruzione di impianti nucleari sul loro territorio introduce un importante elemento nella campagna per le elezioni di marzo.
Campania, Puglia e Basilicata sono governate attualmente dal centrosinistra; e, soprattutto le prime due, a marzo saranno regioni "battleground", come dicono gli americani; cioè campo di battaglia, territori che possono passare di mano determinando così il successo di una parte o dell'altra in chiave nazionale.
La decisione del governo, e le immediate proteste, ad esempio, di Nichi Vendola, che definisce fin d'ora la Puglia come regione "disobbediente" sul nucleare, significa che gli elettori saranno chiamati a fare la loro scelta (in tutte le regioni, ma soprattutto in queste tre) anche alla luce di cosa pensano dell'opportunità della riaccensione del nucleare italiano; e, in particolare, della possibilità che il territorio dove vivono possa essere coinvolto.
Su questo punto, lo stesso ministro Claudio Scajola si esprime chiaramente: l'impugnazione delle tre leggi regionali non ha solo una ragione di competenze costituzionali, che sarebbero state travalicate, ma risponde anche alla linea politica del governo, che ha fatto del ritorno al nucleare un "punto fondamentale" del proprio programma, nella convinzione che si tratti dell'unica soluzione che possa tenere assieme gli obiettivi della sicurezza energetica per il paese, della riduzione dei costi per le famiglie e per la riduzione delle emissioni di gas nell'interesse dell'ambiente.
Il governo sembra così convinto che non solo le paure del nucleare, che avevano portato alla fine degli anni '80 alla decisione di abbandonare questa strada, siano ormai superate, ma anche che gli elettori possano essere allettati dai vantaggi che questo tipo di produzione di energia può portare. E che quindi non ci sia da temere di perdere voti, ma semmai la possibilità di conquistarne dei nuovi (e senza contare il fatto che anche l'Udc, che con i suoi voti potrebbe far pendere qualche bilancia nelle regioni da una parte o dall'altra, è un partito fortemente nuclearista).
Anche questa mossa può essere quindi inquadrata nella linea di condotta di un governo che è convinto di avere il consenso dell'opinione pubblica dalla propria parte, e che quindi non ha timore nè ad affrontare l'accusa di leggi "ad personam", come per il legittimo impedimento appena votato dalla Camera, nè a sollevare temi che finora erano considerati impopolari, come il nucleare. Il pronostico di Paolo Bonaiuti, che parla di un Pdl sopra al 40 per cento, indica che la speranza è quella di ricevere dalle regionali quella forte spinta che alle elezioni europee dell'anno scorso, in tempi di Noemi-gate, era un pò mancata per Berlusconi.
Per contro, il Pd si prepara ad una campagna elettorale che, come ha indicato anche l'intervento di mercoledì di Bersani alla Camera, punterà ad incalzare il governo sul terreno della crisi economica e delle misure per l'economia. Un terreno, osserva il segretario del Pd, che richiederebbe interventi decisi, a cominciare dalla vicenda dello stabilimento Fiat di Termini Imerese, e sul quale, invece, il governo "non sa che pesci prendere". Un altro argomento di polemica di giornata viene dalle elezioni comunali a Bologna. Dopo che il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, ha annunciato che non ci sono i tempi tecnici per votare a marzo, e che quindi si prepara commissariare il Comune, l'opposizione accusa il governo di aver preso questa decisione per interessi elettorali (dopo il no dell'Udc alla candidatura di Giancarlo Mazzuca, votare subito ridurrebbe le possibilità di successo per il centrodestra; mentre il rinvio darebbe tempo per la ricerca di qualche soluzione).
Ma il segnale per certi versi più interessante sul piano politico è quello che viene da Venezia: qui l'Udc aderisce ad una coalizione senza delimitazioni a sinistra, e che arriva a comprendere il Prc, nel momento in cui il Pdl e la Lega candidano a sindaco uno degli uomini simbolo del governo Berlusconi, come il ministro Renato Brunetta. Pur al netto di tutte le specificità locali, l'accordo raggiunto a Venezia a sostegno di Giorgio Orsoni (e il tentativo di un accordo anche a livello regionale) confermano che il partito di Pier Ferdinando Casini non rinuncia alla politica delle mani libere. E che, anche dopo aver ricevuto dall'Avvenire l'accusa di aver fatto alleanze "poco coerenti" (come in Piemonte, a sostegno di Mercedes Bresso), lascia ancora aperta la porta ad accordi col centro sinistra.
Soprattutto al Nord, dove sconfiggere l'asse fra il Pdl e la Lega potrebbe aprire nuovi spazi politici per i centristi
Fonte: Notizia completa sulla politica
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